C’è una pratica sempre più diffusa nelle scuole italiane che solleva domande concrete sul diritto all’inclusione: quella del docente di sostegno condiviso tra più alunni con disabilità, spesso in contemporanea o in fasce orarie che si sovrappongono. Il punto non è tanto la presenza fisica di un insegnante in aula, quanto il modo in cui le ore vengono gestite — e se quella gestione rispetti davvero i diritti degli alunni che quelle ore dovrebbero tutelare.
Le ore di sostegno nascono sul singolo alunno, non sulla scuola
Bisogna partire da un dato normativo fondamentale, spesso dimenticato nella pratica quotidiana: le ore di sostegno sono calcolate su un alunno preciso e sul suo PEI, il Piano Educativo Individualizzato. Non sono, almeno nella loro origine, una risorsa generica dell’istituto da distribuire secondo le necessità organizzative del dirigente scolastico.
Il PEI è il documento che definisce obiettivi, strategie e risorse per ogni singolo alunno con disabilità. È costruito attorno a quel bambino o ragazzo specifico, alla sua diagnosi funzionale, alle sue potenzialità e ai suoi bisogni. Le ore di sostegno che ne derivano sono la traduzione pratica di quel progetto educativo. Quando quelle ore vengono “messe in comune” tra più alunni — anche se con le migliori intenzioni organizzative — si rischia di snaturare la logica stessa del PEI.
Il problema non è teorico. Nella realtà di molte scuole, specialmente dove le risorse scarseggiano, capita che un unico docente di sostegno si trovi ad alternare la propria presenza tra due o tre alunni diversi nell’arco della stessa mattina. Il risultato è che ciascuno di quegli alunni riceve, di fatto, meno ore di accompagnamento di quelle che gli spetterebbero sulla carta.
Il docente di sostegno è insegnante della classe, non dell’alunno
Qui entra in gioco un secondo principio, altrettanto fondamentale: il docente di sostegno è contitolare della classe in cui opera e svolge compresenza didattica. Non è, giuridicamente né pedagogicamente, l’insegnante privato dell’alunno con disabilità. È un docente dell’intera classe, che partecipa a pieno titolo a tutte le attività didattiche e valutative.
Questa distinzione non è una sottigliezza burocratica: cambia radicalmente il senso del suo ruolo. Un docente di sostegno che lavora bene non è quello che “segue il suo alunno” in un angolo dell’aula, separato dal resto della classe. È quello che contribuisce a rendere la didattica accessibile a tutti, che collabora con i colleghi curricolari, che aiuta a costruire un ambiente in cui la diversità è una risorsa e non un problema da gestire.
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Se però lo stesso docente deve contemporaneamente rispondere alle esigenze di tre alunni diversi, in tre classi diverse o persino nella stessa classe, questa funzione di co-teaching e di inclusione attiva diventa impossibile da esercitare. Si torna, inevitabilmente, a una logica assistenziale e frammentata.
Quando la gestione organizzativa scavalca il diritto individuale
Il nodo vero è questo: la scuola ha legittimamente bisogno di organizzarsi, e i dirigenti scolastici si trovano spesso a fare i conti con organici insufficienti, supplenze non coperte, risorse che arrivano in ritardo. Ma l’organizzazione interna non può trasformare le ore di sostegno in una dotazione generica dell’istituto, da redistribuire secondo criteri di convenienza gestionale.
Le FAQ su handicap e scuola curate dall’avv. Salvatore Nocera e da Evelina Chiocca presso Edscuola affrontano da anni questioni correlate a questo tema, chiarendo i contorni giuridici del ruolo del docente di sostegno e dei diritti degli alunni con disabilità. Il quadro normativo italiano è chiaro nel sancire che l’inclusione non è un optional, ma un diritto esigibile — e che le risorse assegnate per garantirla devono essere effettivamente destinate a quello scopo.
Occorre quindi distinguere due situazioni molto diverse tra loro:
- Un docente di sostegno che lavora in una classe con più alunni con disabilità, progettando un percorso che tenga conto di tutti — questa è una modalità che può funzionare, se pianificata con cura nel PEI di ciascuno.
- Un docente di sostegno “spalmato” su più alunni in modo informale, senza che i rispettivi PEI lo prevedano e senza che le famiglie ne siano informate — questa è una pratica che viola i diritti degli alunni coinvolti.
La differenza non è sottile. Nel primo caso c’è progettazione; nel secondo c’è tappabuchi.
Cosa possono fare le famiglie
Le famiglie di alunni con disabilità hanno strumenti concreti per verificare come vengono gestite le ore di sostegno assegnate al proprio figlio. Il primo passo è leggere attentamente il PEI e confrontarlo con quanto avviene nella pratica quotidiana. Se le ore previste dal documento non corrispondono a quelle effettivamente erogate, è legittimo chiedere spiegazioni alla scuola.
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Il GLO — Gruppo di Lavoro Operativo per l’inclusione — è la sede formale in cui si costruisce e si aggiorna il PEI, e le famiglie ne fanno parte a pieno titolo. Partecipare attivamente a questi incontri, porre domande precise sull’organizzazione del sostegno, chiedere come vengono distribuite le ore nel corso della settimana: sono tutti atti legittimi, non forme di conflittualità con la scuola.
Risorse operative come la guida per gli insegnanti di sostegno dell’IC di Cernobbio mostrano come una scuola attenta possa costruire percorsi di inclusione chiari e trasparenti, documentando ogni scelta organizzativa e condividendola con le famiglie. Non tutte le scuole lo fanno, ma è un modello da conoscere.
Il rischio del modello “docente di plesso”
Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di un modello in cui il docente di sostegno diventa una figura trasversale all’intero plesso, disponibile per più classi e più alunni in modo flessibile. L’idea ha una sua logica: favorire la contitolarità, evitare l’appiattimento sul singolo alunno, rendere l’inclusione una responsabilità collettiva.
Il problema è quando questo modello viene applicato non per una scelta pedagogica consapevole, ma per coprire carenze di organico. Il confine tra flessibilità inclusiva e risparmio mascherato è sottile, e le famiglie — così come i docenti stessi — devono essere messi in condizione di capire da quale parte si sta operando.
Un docente di sostegno che lavora su più alunni perché il progetto educativo lo prevede, con ore chiare e ruoli definiti, è una cosa. Un docente di sostegno che viene assegnato a quattro alunni perché la scuola non ha avuto i posti in organico necessari, e che quindi non riesce a garantire a nessuno di loro un accompagnamento adeguato, è un’altra cosa completamente diversa — ed è quella che, troppo spesso, rimane invisibile nei corridoi delle scuole italiane.
Rendere visibile questa differenza, nominarla, chiederle conto: è il primo passo per difendere un’inclusione che sia reale e non solo dichiarata.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








