Gli ITS Academy — gli Istituti Tecnici Superiori che formano tecnici altamente specializzati dopo il diploma — stanno vivendo una stagione di crescita inattesa per velocità e dimensione. Il ministro Giuseppe Valditara ha dichiarato che gli ITS Academy iscritti raggiungeranno quota 52.000 entro la fine del 2026: un traguardo che fino a pochi anni fa sembrava ambizioso, e che oggi appare non solo raggiungibile ma già in parte superato nei fatti. Il punto, però, non è solo festeggiare i numeri. Il problema reale è che il mercato del lavoro chiede tecnici specializzati in misura molto superiore a quanti il sistema riesce oggi a formarne.
Da 41.000 a 52.000: cosa dicono i numeri degli ITS Academy iscritti
Il punto di partenza è già significativo. Gli ITS Academy hanno raggiunto 41.000 iscritti, centrando gli obiettivi fissati dal PNRR — il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza — che aveva imposto traguardi precisi come condizione per ricevere i finanziamenti europei. Non era scontato: fino a qualche anno fa gli ITS erano una realtà di nicchia, poco conosciuta, spesso confusa con i percorsi di formazione professionale regionale.
Oggi la proiezione è di arrivare a 52.000 iscritti entro fine 2026, come ha confermato lo stesso ministro Valditara. Significa un incremento di oltre 10.000 studenti rispetto al dato già raggiunto — una crescita che non è frutto di campagne di comunicazione, ma di un cambiamento reale nella percezione di questi percorsi da parte di studenti e famiglie.
Il dato non va letto in isolamento. Parallelamente, la riforma 4+2 — che ridisegna i percorsi degli istituti tecnici e professionali — ha già superato i 20.000 iscritti. I due filoni si muovono nella stessa direzione: costruire una filiera tecnica più solida, capace di rispondere alle esigenze produttive del Paese.
Perché le imprese e la pubblica amministrazione cercano i diplomati ITS
Il motivo per cui gli ITS Academy crescono non è casuale: imprese e pubblica amministrazione stanno attivamente cercando i loro diplomati. Non è una tendenza marginale. Secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore, la caccia ai diplomati ITS è già in corso, con aziende che entrano nei percorsi formativi fin dall’inizio — spesso come partner co-finanziatori dei corsi stessi.
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Il modello ITS funziona proprio perché è costruito attorno a questa logica: almeno il 30% delle ore di formazione si svolge in azienda, i docenti arrivano per metà dal mondo produttivo, e i percorsi vengono progettati in stretto raccordo con le esigenze locali e nazionali. Il risultato è un tasso di occupazione dei diplomati ITS che si colloca storicamente sopra la media degli altri percorsi post-diploma.
Non è un sistema perfetto — e lo stesso Valditara non lo presenta come tale. Ma è un sistema che funziona abbastanza bene da giustificare un’espansione rapida.
Il paradosso: più iscritti, ma il gap di tecnici resta
Qui sta il nodo più difficile da sciogliere. La crescita degli ITS Academy iscritti è reale e documentata. Eppure nei prossimi anni è prevista una carenza strutturale di diplomati tecnici: la domanda da parte del sistema produttivo supera — e continuerà a superare — l’offerta formativa attuale.
Il ministro Valditara è stato esplicito su questo punto: la domanda di tecnici specializzati è in aumento, e il sistema formativo, pur crescendo rapidamente, non riesce ancora a colmarla. Non si tratta di un fallimento della riforma, ma di una sfida strutturale che l’Italia condivide con molti altri paesi europei: la transizione digitale e quella energetica stanno creando figure professionali nuove — tecnici di sistemi di automazione, esperti di energie rinnovabili, specialisti di cybersicurezza industriale — che richiedono anni di formazione per essere prodotti in numero sufficiente.
Il rischio concreto, segnalato anche da Il Sole 24 Ore, è che nei prossimi anni la carenza di tecnici qualificati diventi un freno alla crescita delle imprese italiane, soprattutto nel manifatturiero avanzato e nei servizi ad alta intensità tecnologica.
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Cosa significa tutto questo per chi deve scegliere dopo il diploma
Per uno studente che si trova oggi davanti alla scelta post-diploma, i dati degli ITS Academy disegnano un quadro abbastanza chiaro. Un percorso ITS dura due anni, porta a un titolo di Tecnico Superiore riconosciuto a livello nazionale, e si svolge in gran parte all’interno di aziende reali. Non è un’alternativa all’università: è un percorso parallelo, con obiettivi diversi e sbocchi occupazionali molto concreti.
Il punto è che la domanda di mercato c’è — e le imprese lo dimostrano partecipando attivamente alla formazione. Chi sceglie un ITS oggi non entra in un percorso sperimentale: entra in un sistema che ha già dimostrato di funzionare, con oltre 40.000 studenti già iscritti e un tasso di assorbimento occupazionale che le aziende confermano ogni anno.
Bisogna però essere onesti su un aspetto: non tutti gli ITS sono uguali. La qualità dei corsi, la solidità delle partnership aziendali e le opportunità di stage variano in modo significativo da istituto a istituto e da area geografica ad area geografica. Prima di iscriversi, occorre verificare concretamente quali aziende collaborano con l’ITS scelto, qual è il tasso di occupazione dei diplomati nelle ultime edizioni, e se il percorso copre davvero le competenze richieste nel settore di interesse.
Per orientarsi, il punto di riferimento ufficiale rimane il portale INDIRE dedicato agli ITS Academy, che raccoglie l’elenco aggiornato delle fondazioni accreditate e i dati sui percorsi attivi.
La sfida che il sistema deve ancora vincere
Raggiungere 52.000 ITS Academy iscritti entro fine 2026 sarebbe un risultato concreto, non un numero di facciata. Ma il vero banco di prova arriverà dopo: quanti di questi studenti troveranno lavoro nel settore per cui si sono formati? Quante aziende riusciranno a coprire i profili tecnici di cui hanno bisogno attingendo ai diplomati ITS?
La carenza di tecnici specializzati segnalata da Valditara non è un problema che si risolve aumentando solo il numero di iscrizioni. Serve che i corsi siano di qualità, che le aziende continuino a investire come partner formativi, e che le famiglie smettano di considerare il percorso tecnico come una seconda scelta rispetto all’università. La crescita degli ITS è un segnale positivo — ma la partita vera si gioca sulla qualità di quello che succede dentro quelle aule e quelle fabbriche, non solo sui numeri delle iscrizioni.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








