Il 16 luglio 2026 l’INVALSI ha presentato alla Camera dei Deputati il suo rapporto annuale sulle competenze degli studenti italiani, e i numeri che emergono dal rapporto INVALSI 2026 raccontano una scuola che fatica ancora a recuperare terreno alla primaria, ma che mostra segnali incoraggianti alle superiori — soprattutto in matematica e in inglese. Il quadro non è omogeneo: ci sono luci e ombre distribuite in modo molto diverso a seconda del livello scolastico, della disciplina e della zona geografica.
Matematica alla primaria: il problema che non si risolve
Il dato più preoccupante che emerge dal rapporto riguarda la matematica nelle classi seconda e quinta della scuola primaria. Poco più del 60% degli studenti raggiunge almeno il livello base di competenza matematica — il che significa che quasi quattro studenti su dieci non arrivano nemmeno alla soglia minima considerata accettabile.
Rispetto alla rilevazione precedente, la performance è calata di circa tre punti percentuali. Non si tratta di un calo marginale: a quell’età, le fondamenta numeriche e logiche sono tutto. Se un bambino di seconda o quinta elementare non padroneggia il calcolo di base, il ragionamento spaziale o la comprensione dei problemi, quel deficit tende ad accumularsi negli anni successivi.
Il punto è che la scuola primaria era considerata il segmento più solido del sistema. Vedere questi numeri scendere ulteriormente è un segnale che occorre affrontare con serietà — non con circolari, ma con interventi concreti sulla formazione degli insegnanti e sul tempo dedicato alla matematica nei primi anni.
Alle superiori la matematica risale: il Sud fa un salto
La fotografia cambia radicalmente quando si guarda all’ultimo anno delle scuole superiori. Qui il rapporto INVALSI 2026 registra un miglioramento netto: la quota di studenti che raggiunge il livello base in matematica è salita dal 49% del 2025 al 52% del 2026. Non è ancora un risultato soddisfacente — significa che quasi la metà degli studenti in uscita dalla secondaria superiore non ha competenze matematiche di base — ma la direzione è quella giusta.
Il dato più significativo, però, è quello geografico. Nel Sud Italia, la percentuale è passata dal 40% al 45%: cinque punti in un anno, con miglioramenti registrati in tutte le macro-regioni. È un segnale che qualcosa si sta muovendo anche nei territori che storicamente mostrano i divari più marcati rispetto al Centro-Nord.
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Bisogna essere cauti: un anno di progresso non cancella decenni di divario strutturale. Ma ignorare un +5% nel Sud sarebbe un errore altrettanto grave. Occorre capire cosa ha funzionato — quali scuole, quali metodi, quali contesti — per replicarlo.
Inglese e competenze digitali: dove la scuola tiene il passo
Il rapporto INVALSI 2026 segnala miglioramenti sia in inglese sia nelle competenze digitali. Roberto Ricci, presidente dell’INVALSI, ha sottolineato questi progressi come uno degli elementi più positivi dell’edizione 2026.
L’inglese alle superiori è da anni l’area in cui gli studenti italiani mostrano una tenuta migliore rispetto ad altre discipline. Le prove INVALSI misurano la comprensione scritta e orale, e i risultati confermano che l’esposizione crescente alla lingua — attraverso piattaforme digitali, serie tv, musica — sta avendo un effetto reale sulle competenze degli studenti, al di là del solo insegnamento in classe.

Sulle competenze digitali il discorso è più articolato. I miglioramenti ci sono, ma il rapporto non li presenta come un successo pieno: si tratta di progressi in un contesto ancora molto disomogeneo, dove la qualità dell’infrastruttura tecnologica scolastica — e la preparazione dei docenti nell’uso degli strumenti digitali — continua a variare enormemente da istituto a istituto.
La dispersione scolastica scende all’8,2%
Uno dei dati che merita attenzione è quello sulla dispersione scolastica, che secondo il rapporto INVALSI 2026 è scesa all’8,2%. Si tratta di una riduzione significativa, che conferma un trend positivo già in corso negli anni precedenti.
I dati INVALSI indicano inoltre che il tasso complessivo stimato di dispersione si attesta intorno al 73-74% — una stima che rappresenta un’ulteriore riduzione di quasi un punto rispetto al 2025. Meno ragazzi abbandonano prima del tempo: è una buona notizia, anche se il numero assoluto rimane alto e il problema è tutt’altro che risolto.
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La dispersione non è solo un dato statistico: ogni punto percentuale rappresenta migliaia di ragazzi che escono dal sistema senza un titolo, con conseguenze che si ripercuotono per tutta la vita. Ridurla è una priorità che va ben oltre i test standardizzati.
Cosa dicono questi dati agli insegnanti e alle famiglie
Il rapporto INVALSI 2026 non è uno strumento punitivo nei confronti delle scuole o degli insegnanti — e sarebbe sbagliato leggerlo così. È una mappa: indica dove il sistema funziona e dove no, a quale età e in quale disciplina i ragazzi perdono il filo.
Per le famiglie, il messaggio più urgente riguarda la matematica alla primaria. Se un bambino in seconda o quinta elementare fatica con i numeri, non bisogna aspettare la media per intervenire. Il supporto precoce — in classe e a casa — fa una differenza enorme.
Per gli insegnanti, i dati sulle superiori mostrano che il recupero è possibile, anche in contesti difficili. Il miglioramento nel Sud non è avvenuto per caso: è il risultato di scuole che hanno lavorato, di docenti che si sono impegnati, di studenti che hanno risposto. Identificare e diffondere quelle pratiche è il passo successivo.
Per chi si sta preparando alle prove INVALSI — che restano parte integrante del percorso scolastico — il consiglio pratico è sempre lo stesso: non allenarsi solo sulle forme del test, ma lavorare sulla comprensione reale. Le prove INVALSI misurano competenze, non nozioni. Puoi consultare i materiali ufficiali e i fascicoli di prova direttamente sul sito ufficiale dell’INVALSI.
Il rapporto INVALSI 2026 consegna un’Italia scolastica che non è né in crisi totale né in ripresa piena: è un sistema con sacche di eccellenza e zone di fragilità che si ripetono da anni. La differenza, adesso, la faranno le risposte concrete — non i commenti a caldo sui dati, ma le scelte che le scuole, le famiglie e il sistema nel suo complesso faranno nei prossimi mesi.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








