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Se l’è cercata…

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news- lascuolafanotizia.it

a cura di Beatrice Fazzello, Giulia Argentieri, Erika Minicelli e Emily Minicelli, classe 4C

“Se l’è cercata”: quando la colpa ricade sempre sulla vittima

Quante volte abbiamo sentito questa frase? “Se l’è cercata.” Tre parole che pesano come macigni, tre parole che in un istante spostano la responsabilità da chi ha commesso un torto a chi lo ha subito. Il punto è che questa espressione non è solo un modo di dire: è un meccanismo culturale profondo, radicato, e — bisogna dirlo chiaramente — pericoloso.

In questo articolo, scritto dalla classe 4C, proviamo a smontare questa logica pezzo per pezzo. Perché capire come funziona è il primo passo per non riprodurla.

Cosa significa davvero “se l’è cercata”?

Quando diciamo che qualcuno “se l’è cercata”, stiamo facendo una cosa precisa: stiamo colpevolizzando la vittima. In inglese esiste persino un termine tecnico per questo fenomeno — victim blaming — ma non serve andare lontano per trovarne esempi. Basta aprire i social, ascoltare certi commenti a scuola, o rileggere alcune notizie di cronaca.

Non è tanto la singola frase a fare danno, quanto il sistema di pensiero che ci sta dietro. Un sistema che dice: se ti è capitata una cosa brutta, qualcosa di sbagliato lo hai fatto tu. E questo vale in tantissimi contesti — dalla violenza di genere al bullismo, dalle molestie sul lavoro agli episodi di discriminazione.

I contesti in cui questa logica si manifesta di più

1. La violenza di genere

È forse il campo in cui la frase “se l’è cercata” fa più danni. Vestiva in un certo modo. Era uscita di notte. Aveva bevuto. Conosceva il suo aggressore. Ogni dettaglio diventa una giustificazione, ogni scelta personale si trasforma in una colpa. Occorre essere chiari: nessun comportamento della vittima giustifica la violenza. Mai.

2. Il bullismo a scuola

“È strano, è diverso, si mette in mostra” — quante volte abbiamo sentito queste motivazioni per spiegare perché un ragazzo o una ragazza viene preso di mira? Il punto è che essere diversi non è una colpa. Essere timidi, esuberanti, appassionati di cose fuori dal comune: niente di tutto questo autorizza nessuno a fare del male.

3. Le molestie e il mondo del lavoro

Anche in ambito professionale la logica del “se l’è cercata” è dura a morire. Chi denuncia rischia spesso di essere messo sotto esame più dell’accusato. Bisogna cambiare prospettiva: la domanda non è “cosa ha fatto la vittima?”, ma “perché chi ha il potere lo usa per fare del male?”

Perché tendiamo a colpevolizzare le vittime?

La psicologia ci offre una risposta interessante. Esiste un meccanismo chiamato “errore fondamentale di attribuzione”: tendiamo a spiegare il comportamento degli altri con caratteristiche personali (“è colpa sua”), mentre per noi stessi usiamo le circostanze (“è colpa della situazione”). In più, colpevolizzare la vittima ci dà una falsa sensazione di sicurezza: se è colpa sua, vuol dire che noi — comportandoci diversamente — siamo al sicuro. Ma è un’illusione.

Come smettere di riprodurre questa logica

Cambiare un meccanismo culturale non è semplice, ma si può fare — a partire dalle piccole cose quotidiane. Ecco alcuni punti concreti:

  • Ascolta prima di giudicare. Quando senti una storia, resisti all’impulso di cercare subito cosa ha “sbagliato” la vittima.
  • Metti in discussione i commenti automatici. Se qualcuno dice “se l’è cercata”, chiedi: cercata come? Perché? Questa domanda semplice può aprire conversazioni importanti.
  • Educa all’empatia. A scuola, in famiglia, tra amici: parlare di queste dinamiche è già un atto di cambiamento.
  • Informati. Conoscere il fenomeno del victim blaming aiuta a riconoscerlo — e a non praticarlo inconsapevolmente.

Il ruolo della scuola e dei giovani

Noi, come studenti, siamo in una posizione privilegiata: siamo abbastanza giovani da non aver ancora cristallizzato certi pregiudizi, e abbastanza consapevoli da poterli riconoscere. La scuola può essere il luogo in cui si impara non solo a leggere e scrivere, ma anche a leggere la realtà senza distorsioni.

Insegnanti, genitori, educatori: il vostro ruolo è fondamentale. Ogni volta che correggete un commento superficiale, ogni volta che aprite uno spazio di dialogo su questi temi, state contribuendo a costruire una cultura più giusta.

FAQ — Le domande più comuni sul victim blaming

Il victim blaming è solo un problema italiano?

No, è un fenomeno globale. Ma ogni cultura lo declina in modo diverso, e in Italia alcune espressioni — come appunto “se l’è cercata” — sono particolarmente radicate nel linguaggio comune.

Colpevolizzare la vittima è sempre intenzionale?

Non sempre. Spesso avviene in modo automatico, senza malizia. Proprio per questo è importante riconoscerlo: i meccanismi inconsci fanno più danni di quelli consapevoli, perché nessuno li mette in discussione.

Come posso aiutare qualcuno che ha subito un torto e si sente in colpa?

Prima di tutto, ascolta senza giudicare. Poi, ribadisci con chiarezza: non è colpa tua. Sembra banale, ma per chi ha interiorizzato il messaggio del victim blaming, sentirsi dire queste parole da qualcuno di fidata può fare una differenza enorme.

“Se l’è cercata” si usa solo per le donne?

No. Anche se il contesto più frequente è quello della violenza di genere, questa logica si applica a chiunque subisca un torto: ragazzi vittime di bullismo, persone discriminate per la loro identità, lavoratori in situazioni di abuso. Il meccanismo è lo stesso.

Articolo a cura di Beatrice Fazzello, Giulia Argentieri, Erika Minicelli e Emily Minicelli, classe 4C

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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