Quando uno studente comincia a perdere il filo — le assenze aumentano, i voti calano, la motivazione svanisce — spesso la scuola se ne accorge tardi. Troppo tardi per intervenire in modo efficace. È proprio qui che entra in gioco il mentoring per la dispersione scolastica: un approccio che INVALSI ha identificato come strumento capace di intercettare le difficoltà prima che diventino abbandono definitivo.
Un fenomeno complesso che non si riduce ai numeri
La dispersione scolastica non è semplicemente il dato degli studenti che lasciano la scuola prima del diploma. INVALSI, nell’ambito delle proprie ricerche sull’evoluzione del fenomeno, la descrive come un processo articolato — fatto di disimpegno progressivo, difficoltà di apprendimento non intercettate, fragilità sociali e familiari che si intrecciano con quelle didattiche.
Il punto è che raramente un ragazzo smette di studiare da un giorno all’altro. Ci sono segnali precoci: la qualità dell’attenzione in classe che cala, le verifiche saltate, i ritardi cronici, il progressivo distacco dalle relazioni scolastiche. Riconoscere questi segnali in tempo — e rispondervi con uno strumento mirato — è esattamente ciò che il mentoring si propone di fare.
Non è tanto una questione di risorse straordinarie, quanto di metodo. E il metodo, per funzionare, deve essere strutturato.
Cosa intende INVALSI per mentoring scolastico
Nel febbraio 2026, durante il suo X Seminario, INVALSI ha dedicato una sessione specifica al tema. Il professor Andrea Guarnacci ha presentato un contributo sul mentoring come strumento di contrasto alla dispersione, in un contesto istituzionale che conferma quanto questo approccio stia diventando centrale nel dibattito sulla valutazione e il miglioramento del sistema scolastico italiano.
INVALSI mantiene anche una pagina di risorse dedicata al mentoring nelle scuole come strumento di recupero — un segnale che il tema non è trattato come un’esperienza isolata, ma come un ambito di ricerca e pratica da consolidare. Puoi consultare i materiali direttamente sul sito ufficiale di INVALSI.
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In termini generali — e qui si può attingere alla letteratura pedagogica consolidata — il mentoring scolastico prevede una relazione strutturata tra uno studente a rischio e una figura adulta di riferimento: può essere un docente, un tutor interno, un educatore esterno o, in alcuni modelli, uno studente più grande adeguatamente formato. Il punto non è la sostituzione del docente curricolare, ma l’aggiunta di un legame personalizzato che la didattica ordinaria, per sua natura collettiva, non riesce a garantire.
Come funziona nella pratica: i principi fondamentali
Anche senza riferirsi a un protocollo specifico verificato, i modelli di mentoring efficaci condividono alcuni elementi ricorrenti che la ricerca educativa riconosce come essenziali.
- Identificazione precoce: il primo passo è individuare gli studenti a rischio attraverso indicatori osservabili — assiduità, rendimento, comportamento, segnalazioni dei docenti. Non si aspetta che il problema esploda.
- Abbinamento mirato: lo studente viene abbinato a una figura di riferimento in base a caratteristiche di compatibilità, non solo di disponibilità. Un abbinamento sbagliato può vanificare l’intero percorso.
- Incontri regolari e strutturati: la relazione di mentoring non è occasionale. Prevede momenti ricorrenti — settimanali o bisettimanali — con obiettivi chiari e verificabili nel tempo.
- Ascolto attivo e orientamento: il mentor non spiega la matematica al posto del professore. Aiuta lo studente a capire perché sta incontrando difficoltà, a costruire strategie, a ritrovare motivazione.
- Coinvolgimento della famiglia: nei modelli più solidi, la famiglia non è esclusa dal processo. Viene informata, coinvolta, talvolta supportata nel suo ruolo di accompagnamento.
- Monitoraggio e aggiustamento: il percorso viene valutato periodicamente. Se qualcosa non funziona, si cambia approccio — non si aspetta la fine dell’anno scolastico.
Occorre sottolineare che il mentoring non è una bacchetta magica. Funziona quando è inserito in un sistema scolastico che lo riconosce, lo sostiene e lo integra con le altre misure di supporto — dallo sportello psicologico al potenziamento disciplinare.
Il ruolo dei docenti e delle scuole nell’attivare percorsi di mentoring
Bisogna essere onesti su un punto: non tutte le scuole hanno le stesse risorse. Un istituto con un organico ridotto, classi numerose e un territorio difficile non può attivare un programma di mentoring strutturato con le stesse modalità di un liceo ben dotato in un contesto urbano agiato.
Eppure, anche in contesti di scarsità, il mentoring per la dispersione scolastica può prendere forme adattive. Un docente che si rende disponibile per un colloquio settimanale con uno studente fragile, un consiglio di classe che si coordina per monitorare un caso specifico, un tutor esterno attivato attraverso reti territoriali o accordi con enti del terzo settore: sono tutte forme, più o meno strutturate, dello stesso principio.
Il punto critico è la sistematicità. Un intervento sporadico, per quanto ben intenzionato, raramente produce risultati duraturi. Ciò che fa la differenza è la continuità della relazione nel tempo — e questo richiede un investimento organizzativo che la scuola deve pianificare, non lasciare all’iniziativa del singolo.
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Perché il mentoring intercetta dove la didattica ordinaria non arriva
La classe, per definizione, è uno spazio collettivo. Il docente gestisce venti, venticinque, talvolta trenta studenti con bisogni diversi, tempi diversi, storie diverse. In questo contesto, è fisiologico che alcuni ragazzi scivolino nell’invisibilità — non perché nessuno voglia aiutarli, ma perché il formato non lo consente.
Il mentoring rompe questa logica. Crea uno spazio uno a uno — o al massimo in piccolo gruppo — in cui lo studente non è un numero in un registro, ma una persona con una storia specifica. Questo cambiamento di scala non è un dettaglio: è la condizione che rende possibile un ascolto autentico.
È anche per questo che i programmi di mentoring tendono a produrre effetti non solo sul rendimento scolastico, ma sull’autostima, sulla percezione di sé come studente capace, sulla capacità di chiedere aiuto. Sono competenze trasversali che, una volta acquisite, accompagnano il ragazzo ben oltre l’anno scolastico in cui il percorso è attivo.
Studenti e famiglie: come riconoscere se ne hai bisogno
Se sei uno studente che si sente sempre più distante dalla scuola — o un genitore che vede il proprio figlio perdere motivazione — vale la pena parlarne apertamente con i docenti o con il coordinatore di classe. Non come ammissione di fallimento, ma come richiesta concreta di supporto.
Molte scuole, soprattutto quelle che hanno aderito a progetti finanziati da fondi europei o nazionali, hanno già attivato figure di tutor o referenti per la prevenzione della dispersione. Chiedere se esiste questa possibilità è il primo passo. Spesso il servizio c’è — ma non viene comunicato con sufficiente chiarezza.
Il mentoring contro la dispersione scolastica non è un intervento straordinario riservato ai casi più gravi. È, nella sua forma migliore, una pratica preventiva: un modo per costruire reti di sostegno prima che la situazione precipiti. E in questo senso, riguarda potenzialmente ogni studente che attraversa un momento di difficoltà — che è, in un momento o nell’altro, quasi tutti.
La scuola che funziona non è quella in cui nessuno ha mai difficoltà. È quella in cui le difficoltà vengono viste, nominate e affrontate insieme — con strumenti adeguati, figure competenti e la consapevolezza che nessun ragazzo dovrebbe sentirsi solo davanti a un ostacolo che, con il giusto supporto, può diventare superabile.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








