L’installazione di dispositivi di sicurezza come i metal detector nelle scuole solleva dubbi profondi sul ruolo educativo degli istituti italiani.
La recente proposta di installare metal detector all’ingresso degli istituti scolastici ha riacceso una riflessione che va oltre il tema della sicurezza. Secondo il pedagogista Daniele Novara, si rischia di alterare l’identità stessa della scuola pubblica, trasformandola in uno spazio in cui prevale la logica del controllo invece di quella dell’apprendimento. La questione non riguarda solo la presenza fisica di uno strumento, ma soprattutto il suo valore simbolico. In un ambiente già segnato da scelte punitive come il ritorno del “cinque in condotta”, si sta tracciando una traiettoria che allontana l’educazione dalla relazione e la avvicina alla repressione.
Il valore simbolico del controllo e la perdita della fiducia negli studenti
Il dibattito è tornato attuale a partire da episodi recenti che hanno spinto alcune forze politiche e amministrazioni scolastiche a proporre sistemi di sorveglianza tecnologici, tra cui i metal detector. Secondo Novara, questa scelta rappresenta un salto di qualità nel modo in cui si concepisce il ruolo della scuola: non più luogo formativo, ma spazio di monitoraggio del comportamento. “I simboli generano l’immaginario”, ha scritto su Facebook, e un metal detector — pur nella sua neutralità tecnica — assume il significato di sfiducia generalizzata nei confronti degli alunni.

Il valore simbolico del controllo e la perdita della fiducia negli studenti – lascuolafanotizia.it
In una scuola dove gli studenti entrano passando sotto un dispositivo tipico di tribunali o carceri, il messaggio implicito è che siano tutti potenzialmente pericolosi. Questo sposta l’attenzione dalla relazione educativa alla prevenzione del danno, sostituendo il dialogo con il sospetto. L’insegnante perde centralità, sostituito da apparati di controllo che frammentano l’idea di scuola come comunità. E se il patto educativo si spezza, l’apprendimento rischia di diventare un fatto secondario. La motivazione degli studenti ne esce indebolita, insieme alla fiducia nei confronti dell’istituzione scolastica.
A La Spezia, dove si è parlato di misure estreme dopo un caso di violenza, la narrazione pubblica si è concentrata sulla reazione repressiva più che su cosa non ha funzionato a livello educativo. La mancanza di progetti continuativi e la scarsa presenza di spazi di ascolto e interazione sociale hanno lasciato il vuoto che oggi si tenta di riempire con barriere fisiche. Ma costruire una scuola sicura non significa blindarla: significa costruire un contesto dove la prevenzione parte dalla relazione.
Dal cinque in condotta al modello carcerario: come cambia il volto della scuola
Il ritorno del cinque in condotta come voto sanzionatorio ha rappresentato un altro passaggio chiave in questo cambiamento culturale. Non a caso, Novara lega le due questioni — punizioni e dispositivi di controllo — a un unico schema interpretativo: la trasformazione della scuola in un’istituzione punitiva. Il riferimento ai centri di reclusione per minori non è solo una provocazione. È un richiamo concreto ai rischi di uno spostamento del baricentro pedagogico. Non più una scuola che accoglie, ma una che misura, classifica e punisce.
Il rischio è evidente: quello di normalizzare un immaginario scolastico in cui i meccanismi disciplinari diventano protagonisti. La valutazione comportamentale, invece di essere un’opportunità per crescere, diventa una sentenza. Il gruppo classe, che dovrebbe essere il cuore della costruzione educativa, si dissolve sotto la pressione delle regole impersonali. Aumentano le assenze, diminuisce l’interesse, si rompe il legame tra scuola e realtà.
Lo sappiamo: in molte aree d’Italia, soprattutto quelle più fragili, la scuola è uno degli ultimi presidi sociali ancora attivi. Ma se viene percepita come un posto dove si entra sotto sorveglianza e si esce giudicati, quella fiducia si spezza. E con essa, la possibilità di fare educazione vera. Il compito dell’istituzione scolastica non è quello di “disciplinare” in senso repressivo, ma di guidare, accompagnare, educare alla libertà. E questo richiede una presenza costante di adulti competenti, progetti formativi stabili, occasioni di crescita collettiva.
La scuola, ricorda ancora Novara, “è un ambiente dove si va per imparare”. Semplice, ma sempre più trascurato. Se il clima è quello del sospetto, dell’attesa del prossimo errore da punire, l’apprendimento si impoverisce, e il rischio è che i ragazzi si allontanino, non solo fisicamente, ma anche emotivamente, da quello che dovrebbe essere il loro spazio di crescita.








