Salute

Stress e scuola: i segnali che molti genitori sottovalutano

donna stressata
Stress e scuola: problema sottovalutato (lascuolafanotizia.it)

Lo stress a scuola non fa rumore. Non urla, non rompe oggetti, non lascia segni evidenti. Spesso resta lì, seduto al tavolo mentre i quaderni sono aperti e il tempo passa. Il bambino è presente, ma sembra distante. Risponde male, o non risponde affatto. E allora si pensa alla stanchezza, all’età, a una fase che passerà.

Il punto è che molte famiglie convivono con segnali chiari senza riconoscerli. Perché assomigliano a tante altre cose. Perché nessuno ha insegnato davvero come appaiono, quando non sono quelli da manuale.

Quando il corpo parla al posto delle parole

Il mal di pancia prima di uscire di casa. La nausea che arriva sempre il lunedì mattina. Il sonno che si spezza all’alba senza un motivo preciso. Sono episodi che tornano, ma mai abbastanza regolari da far scattare l’allarme. E allora si tira dritto.

C’è chi mangia meno, chi mangia troppo. Chi diventa improvvisamente silenzioso e chi, al contrario, esplode per dettagli minimi. Un quaderno dimenticato diventa una crisi. Una verifica annunciata scatena un pianto che sembra sproporzionato. In realtà, spesso non lo è.

Lo stress scolastico nei bambini e nei ragazzi passa molto dal corpo perché le parole non sempre ci sono. O non sono ancora disponibili. Dire “sono in difficoltà” richiede un vocabolario emotivo che non tutti hanno, soprattutto quando la pressione arriva da più direzioni.

La scuola che pesa anche quando va tutto “bene”

C’è un equivoco diffuso: lo stress riguarda chi va male a scuola. Non è così. Lo vivono anche quelli che vanno bene. Forse soprattutto loro.

Il bambino che non vuole deludere. Il ragazzo che ha imparato presto che il riconoscimento passa dai voti. Quello che studia molto, ma sente di non studiare mai abbastanza. In casa è tutto tranquillo, almeno in apparenza. Nessuno grida, nessuno minaccia. Eppure la tensione si accumula.

La scuola oggi chiede molto, spesso senza rendersene conto. Programmi densi, verifiche frequenti, valutazioni continue. A questo si aggiunge il confronto costante con i compagni, amplificato dai gruppi WhatsApp dei genitori e dalle chat di classe. Tutto è visibile, tutto è comparabile. Anche quando nessuno lo dice apertamente.

L’effetto a casa, ogni giorno

Lo stress scolastico non resta a scuola. Rientra nello zaino, si siede a tavola, entra nelle discussioni serali. I compiti diventano il campo di battaglia più frequente. Non tanto per quello che c’è da fare, ma per come ci si sente mentre lo si fa.

Il genitore si trova a insistere, controllare, ricordare. Il figlio a resistere, rimandare, chiudersi. Si crea una tensione strana, fatta di buone intenzioni e nervi scoperti. Nessuno sta davvero sbagliando, ma qualcosa si incrina.

A volte il rapporto cambia senza che ci sia un evento preciso. Meno confidenze, più distanza. Il bambino non racconta più la giornata. Il ragazzo risponde a monosillabi. Non è sempre adolescenza. A volte è solo fatica che non trova spazio.

Quello che resta quando non si guarda

Ignorare questi segnali non porta a un crollo immediato. Porta a un logorio lento. Alla convinzione, che può restare per anni, che stare sotto pressione sia normale. Che l’ansia sia il prezzo da pagare. Che chiedere aiuto sia un segno di debolezza.

Non sempre si riesce a capire dove finisce lo stress “gestibile” e dove inizia quello che lascia tracce più profonde. Non esistono confini netti. Ci sono giornate buone e altre no. Ci sono bambini resilienti che poi, all’improvviso, non lo sono più.

Forse la cosa più difficile è accettare che non tutto è visibile, e che non tutto si risolve con una spiegazione o una frase rassicurante. A volte serve solo fermarsi un attimo, osservare meglio, e ammettere che qualcosa sta succedendo anche se non sappiamo ancora dargli un nome preciso.

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