Studio su Neurology collega questo gruppo sanguigno a un lieve aumento del rischio di ictus ischemico precoce prima dei 60 anni.
Ogni anno nel mondo circa 15 milioni di persone vengono colpite da un ictus, secondo i dati diffusi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Di queste, 5 milioni non sopravvivono e altri 5 milioni riportano danni neurologici permanenti. Fino a oggi i principali fattori di rischio noti erano ipertensione, fumo, colesterolo elevato, sedentarietà e diabete. Ora una ricerca scientifica richiama l’attenzione su un elemento che non dipende dallo stile di vita: il gruppo sanguigno.
Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Neurology, è stato condotto da ricercatori della University of Maryland School of Medicine e ha analizzato il possibile collegamento tra genetica e ictus ischemico precoce, cioè quello che si verifica prima dei 60 anni. L’ictus ischemico rappresenta circa l’87% dei casi totali ed è causato da un’interruzione del flusso sanguigno verso il cervello, spesso dovuta a un coagulo.
Cosa dice lo studio sul gruppo sanguigno e l’ictus precoce
I ricercatori hanno realizzato una meta-analisi di 48 studi genetici, esaminando i dati di circa 17.000 persone colpite da ictus e oltre 600.000 soggetti sani. L’obiettivo era individuare eventuali correlazioni tra le varianti genetiche associate ai gruppi sanguigni e il rischio di ictus in età relativamente giovane.
Dall’analisi è emerso che le persone con gruppo sanguigno A presentavano un rischio superiore del 16% di sviluppare un ictus prima dei 60 anni rispetto agli altri gruppi. Chi appartiene al gruppo O, il più diffuso a livello globale, mostrava invece un rischio inferiore del 12%. Anche il gruppo B risultava più frequente tra i pazienti colpiti rispetto al gruppo O, sebbene con dati meno marcati rispetto al gruppo A.

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Secondo gli autori, il possibile legame potrebbe riguardare i fattori della coagulazione del sangue. Le persone con gruppo A tendono ad avere livelli differenti di alcune proteine coinvolte nella formazione dei coaguli, come il fattore di von Willebrand e il fattore VIII, già studiati in relazione a fenomeni trombotici. Una maggiore tendenza alla coagulazione potrebbe aumentare la probabilità di occlusione di un’arteria cerebrale, favorendo un ictus ischemico.
Non è la prima volta che il gruppo sanguigno viene associato a condizioni cardiovascolari. Studi precedenti avevano già osservato un legame tra gruppo A e maggiore incidenza di trombosi venosa profonda, cioè la formazione di coaguli nelle vene degli arti inferiori. Lo stesso meccanismo biologico potrebbe spiegare, almeno in parte, l’associazione con l’ictus.
Rischio moderato e prevenzione: cosa significa davvero
Gli stessi ricercatori invitano alla cautela nell’interpretazione dei dati. Il dottor Braxton D. Mitchell, coautore dello studio, ha chiarito che l’aumento del rischio è modesto e non giustifica allarmismi o controlli medici straordinari basati esclusivamente sul gruppo sanguigno.
Il messaggio è chiaro: il gruppo sanguigno A non determina in modo automatico un ictus. I fattori di rischio principali restano quelli legati allo stile di vita e alle condizioni cliniche note, come pressione arteriosa elevata, obesità e fumo. Lo studio aggiunge un elemento di conoscenza, ma non sostituisce le strategie consolidate di prevenzione.
Anche il dottor Steven J. Kittner, altro autore della ricerca, ha sottolineato che i meccanismi biologici non sono ancora completamente compresi. Servono ulteriori studi per capire in che modo le varianti genetiche legate ai gruppi sanguigni influenzino la coagulazione e la circolazione cerebrale. La ricerca si concentra in particolare sull’aumento dei casi di ictus in età giovanile, fenomeno osservato negli ultimi anni in diversi Paesi.
Chi subisce un ictus prima dei 60 anni affronta spesso un lungo percorso di riabilitazione, con possibili difficoltà motorie, disturbi del linguaggio e complicazioni neurologiche. Individuare anche piccoli fattori di vulnerabilità genetica può aiutare la medicina a sviluppare modelli di prevenzione più mirati.
Conoscere il proprio gruppo sanguigno, già utile in ambito trasfusionale, assume quindi un valore informativo in più. Non cambia le abitudini quotidiane da solo, ma si inserisce in un quadro più ampio di consapevolezza sanitaria. La prevenzione resta centrata su controlli regolari, alimentazione equilibrata, attività fisica e gestione della pressione arteriosa.
La ricerca pubblicata su Neurology apre una nuova pista di studio. Non fornisce certezze assolute, ma aggiunge un tassello al mosaico dei fattori che contribuiscono al rischio cardiovascolare. Il dato scientifico, già, è questo: il gruppo sanguigno può influire, in misura lieve, sul rischio di ictus precoce.








